Boneyard

L’Universo Capovolto e l’Intimità della Luce
di Giuseppe Ussani d’Escobar

Francesca Beatrice Borri entra a pieno titolo in
quell’universo della Pop Art edificato sin dagli
inizi dai grandi artisti americani ed inglesi. Tra la
fine degli anni ’50 e gli inizi del ’60, la storia
dell’uomo sulla terra ha preso una velocità non
controllabile, che può anche divenire una folle
corsa e dall’autovettura della storia si può anche
essere sbalzati fuori. I valori fondamentali ed i
punti di riferimento classici saltano, la vita con le
sue consuetudinarie abitudini è scardinata dal
tessuto sociale e l’uomo si guarda in uno specchio
nel quale non riesce più a riconoscersi. Il
linguaggio della pubblicità invade la sfera pubblica
e privata dell’uomo offrendo certezze.
L’uomo contemporaneo, il cui esordio coincide
con la Pop Art, ha urgenza di nuovi porti ed approdi.
La frontalità (the surface), ripresa dalla
pubblicità, nella Pop Art non è ambigua, è diretta
ed autentica, domanda l’incontro con lo sguardo
dell’osservatore senza nascondere nulla, e così
facendo si dichiara nella sua totalità visiva. Borri
nelle sue opere è esplicita, le sue opere sono
aperte e si compiacciono di manifestarsi nelle
loro strutture, denunciando la passione e la vocazione
per la tecnica. Nella Pop Art è inevitabile
che vi sia una nostalgia sempre fertile per la
componente ludica del Dadaismo; Questo rapporto
con il gioco, basato nell’ equilibrio tra realtà
e finzione, tra verità ed apparenza, trova
nella Pop Art la massima esaltazione ed ascesi:
ed è così che la nostra artista si diverte, identificandosi
nel ruolo della regista, a rappresentare
situazioni sempre diverse nel campo visivo ed
immaginario dello spettatore; la pittura diventa
artefice di oggetti che non esistono, e gli oggetti
reali coesistono armoniosamente con quelli inventati
dalla pittura, quasi venendone assorbiti,
in uno scambio continuo di apparizioni. La comunicazione
e la pubblicità, i nuovi media che
veicolano la Pop Art nella sua molteplicità, utilizzano
il linguaggio fotografico e cinematografico
alla ricerca di effetti al contempo intimi ed
estranianti. George Segal, nelle sue installazioni
con personaggi anonimi, persegue l’effetto fotografico
rovesciato, venendosi a determinare così
il meccanismo del negativo fotografico dell’immagine
capovolta, e favorendo di conseguenza
lo stesso viaggio dimensionale che si verifica
guardandosi allo specchio. Francesca Beatrice
Borri ha le sue origini artistiche nella fotografia,
nel mondo che disegna con la luce, e capovolge
le sue scritte come fossero riflesse da uno specchio.
L’arte Pop si alimenta della continua ed inesauribile
necessità di generare una sempre
nuova intimità affettiva con il reale. Claes Oldenburg
realizza oggetti morbidi che sembrano
voler accogliere l’osservatore e lo stesso artista
nel grembo materno in una sorta di esperienza
di riavvolgimento della pellicola della vita, riportandolo
allo stato infantile, così il rapporto con la
realtà riacquisisce la plurisensorialità, tornando
ad essere palpabile, olfattivo e ne consegue che
toccare e mordere l’oggetto significa prenderne
coscienza, assimilarlo, ed instaurare un rapporto
con l’ambiente circostante. Nello stesso periodo
anche Jim Dine, grazie alla luce ed alla confusione
creativa e visuale tra l’oggetto reale e l’oggetto
dipinto che finge la verità, ci restituisce con
una luminosità studiata la quotidianità nella sua
realtà e l’ombra che la luce proietta non fa altro
che sottolineare questo ingresso del quotidiano
nell’arte: ciò si verifica nel suo “Child’s Blue Wall”
del 1962, dove vediamo l’oggetto assorbito dalla
tela, e nella sua serie “Bathroom” sempre del
’62, riflessione estrema sul territorio intimo. La
Borri intraprende queste opere-installazioni, con
l’idea di consegnarle alla stanza dei figli che, ancora
piccoli, troveranno nelle ore notturne un
caldo rifugio nelle luci interne alle sue realizzazioni;
si ha così la regressione al ventre materno
nella complicità sensoriale tra madre e figli, ma
anche la regressione emergente all’alba dell’umanità,
quando l’uomo primitivo spaventato
dall’oscurità della notte cercava rifugio nella cavità
della grotta che illuminava e riscaldava con
il fuoco. Dine e Borri sembrano essere partecipi
ed attori di questa manifestazione dell’archetipo,
nell’ombra rischiarata dalla fiamma si può percepire
la sensazione piacevole e rassicurante
della rinascita dalla luce. Richard Hamilton nel
1956 aveva realizzato il suo collage su carta
“Just What is it that Makes Today’s Homes so Different,
so Appealing?”: osservando l’opera, veniamo
subito colpiti dai segni della vita moderna
che mettono in scena l’intimità di una casa con
la casalinga sulla scala intenta a mantenere pulito
il focolare domestico, immagine rassicurante
e come ritagliata da una pubblicità, con la televisione,
il registratore; fuori dalla finestra possiamo
scorgere la scritta di un cinema, mentre
sulla parete all’interno compare una pagina ingrandita
di un romanzo illustrato che riporta
“Love & Romance – Young Romance”. La scritta,
in questo caso specifico dell’opera di Hamilton,
invita a sognare, a lasciarsi andare, a staccarsi
da terra e cerca di restituire ad una società dinamica,
che rischia di perdere pezzi, la capacità
di fantasticare. Nella Borri le scritte assolvono la
funzione d’incarnare il fascino delle città americane,
come Las Vegas, che con la loro bizzarra
ed eccentrica luminosità, invitano a perdersi nel
sogno. Questo ammaliamento Los Angeles lo
aveva già esercitato su Ed Ruscha e molti altri
artisti Pop erano rimasti soggiogati da New York.
Borri si esprime tramite il collage, modalità tipica
della Pop Art; la componente del gioco si affaccia
sempre e l’artista è un instancabile giocatore,
ma anche manipolatore della forma: James
Rosenquist e Roy Lichtenstein sono stati grandi
giocatori che hanno vissuto di prelievi dalla realtà,
rielaborandoli in senso unitario e fantastico.
Le scritte o le figure, estrapolate dai fumetti,
dalla quotidianità o dal mondo della pubblicità,
assumevano una loro autonomia ed indipendenza
e divenivano portatrici di messaggi e di
forma; il prelievo metteva a fuoco uno stato mentale
e sociale. La Borri nel ritagliare le scritte e
nell’illuminarle attiva una scelta stilistica e di
forma, una scelta espressiva e di sintesi; l’opera
per lei è un campo aperto all’esplorazione ed
alla sperimentazione. La Pop Art è drammatica
ed ironica, vive come qualsiasi forma d’arte di
certezze e misteri, l’arte è una imperscrutabile
emozione ed anche quando pensiamo di averne
afferrato il significato, ne abbiamo percepito solo
l’illusione, l’inganno. L’arte è allucinazione e seduzione
dei sensi, al mistero profondo non arriveremo
mai, forse potremo intuirlo e l’arte è il
fenomeno dell’intuizione. La Pop Art gioca a
carte scoperte, è una radiografia della realtà, ma
il mistero rimane nel gioco degli specchi e nelle
labbra aperte che sorridono.